Archivio

Archivio per agosto 2012

Nota di Galliani sugli studenti fuori corso

10 agosto 2012

Il presidente della Sird, prof. Luciano Galliani, ha emanato la seguente nota, ampiamente condivisibile sugli studenti fuori corso, sui quali, in queste ultime settimane si sono dette alcune sciocchezze e molte inesattezze. La nota contiene una riflessione metodologica sulla didattica universitaria e sull’opportunità di un ricorso ampio e sistematico alle tecnologie per favorire l’apprendimento.

 

Luciano Galliani –Ordinario di Pedagogia Sperimentale all’Università di Padova Presidente della SIRD- Società Italiana di Ricerca Didattica

FUORI  CORSO  UNIVERSITARI: NON BASTANO LE TASSE

Cambiare la didattica, usare le tecnologie, introdurre l’apprendimento permanente.

 

L’opinione pubblica viene sollecitata ogni anno al problema dei “fuori corso universitari”, allorché il MIUR rende pubblici i dati (nell’a.a. 2010-11 il 33,59 % degli iscritti), riportando proposte di soluzione assolutamente estemporanee o incapaci di affrontare seriamente una delle tante anomalie italiane. Le università che hanno previsto  il “tempo parziale” dello studente per evitare di considerarlo fuori corso e quindi essere penalizzate nel trasferimento di fondi, non hanno percentuali molto diverse dalle altre. La  proposta del ministro Profumo di aumentare le tasse ai fuori corso (tradotta in emendamento nel decreto sulla Revisione della spesa, con utilizzazione dei proventi per aumentare le borse di studio e i servizi agli studenti) potrà avere una qualche incidenza, ma non  cambierà sostanzialmente la situazione e accentuerà la discriminazione sociale. Il caso  dell’Università  Bocconi, citato da Ichino, dove “un aumento di mille euro per chi si iscrive oltre i tempi normali riduce del 6% la probabilità di laurearsi in ritardo”, sembra difficilmente generalizzabile alle università pubbliche, dove gli studenti  non sono selezionati all’entrata  (tranne che per Medicina, Architettura, Formazione Primaria)  e pagano tre volte  di meno di tasse d’iscrizione.  Diversa è  la volontà espressa dal Ministro di rinforzare le strutture per orientare ad una scelta più consapevole, ma ciò chiama in causa servizi  di orientamento scolastici e universitari, che funzionano in modo inadeguato per carenza di finanziamenti e di personale competente.

Per trovare rimedi efficaci occorre conoscere  e riconoscere le cause vere del fenomeno non solo italiano dei fuori corso, che non possono essere offensivamente definiti “sfigati”,se non altro perché rappresentano oltre un terzo degli studenti universitari e in alcuni grandi Atenei sono oltre il 40%, per arrivare al 51% del Politecnico di Torino, il cui ex-Rettore è oggi ministro. Una prima distinzione, formalizzata dal collega Cammelli nelle statistiche di Alma Laurea, è quella tra “studenti lavoratori” e “lavoratori studenti”. I primi, quasi sempre pendolari e provenienti da famiglie con scarse disponibilità economiche o usciti di casa alla ricerca di autonomia, svolgono attività occasionali e generalmente lavori di bassa qualità, per mantenersi agli studi. I secondi, giovani e adulti  impegnati in lavori più stabili e spesso già con famiglia propria, prolungano naturalmente  i tempi di studio o ritornano in Università dopo anni per esigenze di sviluppo professionale. Vi è poi una terza categoria di fuoricorso apparentemente senza giustificazione oggettiva, avendo il tempo e il sostegno della famiglia per frequentare i corsi universitari, ed è quella di chi ha  serie difficoltà di apprendimento e  scarse capacità di autonomia nello studio, oltre ad avere spesso intrapreso percorsi di laurea non adatti alle attitudini personali e poco coerenti con risultati positivi negli studi precedenti.

Le Università italiane, tranne in  alcune limitate  esperienze significative e spesso ostacolate dalle burocrazie tradizionali ammantate da slogan mediatici come “rigore” e “merito”, non sono riuscite finora a rispondere alle esigenze non solo delle tre categorie di fuoricorso, ma anche a quelle di generazioni intere di studenti, che chiedono una università “per loro” e non “per i professori”, una università delle “competenze” per entrare preparati nel mondo del lavoro e non appena delle “conoscenze” senza “abilità applicative” per fregiarsi di un titolo legale. Le tre risposte ai bisogni dei fuoricorso stanno infatti  in una non più rinviabile innovazione della didattica d’aula (lezioni frontali), in un ricorso sistematico alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e in una specifica offerta formativa  e  di consulenza per l’apprendimento permanente dei “lavoratori studenti”.

Innovare la didattica significa progettare eprogrammare i corsi di laurea ed i singoli insegnamenti, per raggiungere i risultati previsti dai descrittori di Dublino, attraverso una  differenziazione  linguistica dell’offerta di contenuti disciplinari ( learningobject multimediali) per facilitarne la comprensione  e attraverso interazioni didattiche (in aula e nei laboratori in presenza,  nei forum e nei laboratori virtuali, nei gruppi di lavoro  e nelle comunità di apprendimento on line) e valutative (prove in itinere, sia sulle attività in presenza e in rete che sui testi scritti materia di esame)per costruire cooperativamente conoscenze e abilità e per discutere anche le attività di tirocinio e  stage condotte sul campo. Una didattica blended, quindi, che integri presenza e distanza e superi il concetto di “frequenza” (presenza fisica senza comunicazione interattiva e senza controllo in itinere degli apprendimenti) per quello di “partecipazione” (comunicazione produttiva  individuale e di gruppo fra studenti e docenti, con verifica e discussione  in itinere dei risultati ai apprendimento).

Introdurre, in secondo luogo, una offerta formativa per l’apprendimento permanente negli Atenei italiani -  colmando un ritardo almeno decennale nei confronti degli altri Paesi europei, con i quali i nostri Ministri di turno hanno continuato a firmare documenti senza applicarne poi le direttive (ci provò solo Mussi) – significa  uscire dalle gabbie della “teledidattica” edalle pratiche spesso perverse delle università “telematiche”, ma soprattutto sviluppare  la “terza missione” dell’Università, oltre la ricerca e la formazione superiore iniziale delle nuove generazioni, ovvero laformazione degli adulti in una logica di life long and wide learning , così come finalmente la nuova legge Fornero sul lavoro rende obbligatorio. Va dato atto al Ministro Profumo  e al suo staff politico e dirigenziale di questo successo, stimolato e accompagnato dal Direttivo della RUIAP – Rete Universitaria Italiana per l’Apprendimento Permanente e dalla sua dinamica presidente Aureliana Alberici. Non basterà la legge e il decreto applicativo a rendere effettivo il diritto all’apprendimento permanente, anche se dovranno perfino modificarsi Statuti universitari che non ne parlano o l’hanno relegato in un articolo secondario, magari per giustificare l’attività redditizia dei master. Serviranno rigorose “Linee guida  per il riconoscimento, la validazione e l’accreditamento degli apprendimenti non formale e informale e  certificazione delle competenze in università”, secondo la  proposta della RUIAP e le buone pratiche francese della VAE-ValidationdesAcquis de l’Expérience e inglese dell’APEL-Accreditation of PriorExperiential Learning. E servirà soprattutto un “servizio di orientamento e consulenza” negli Atenei, identificato nella conferenza MIUR di Napoli del 2007 nel Centro per l’Apprendimento Permanente, in grado di accompagnare i lavoratori studenti nei percorsi di laurea e di master, ma anche di inserire l’università in un sistema integrato di istruzione-formazione-lavoro, come partner indispensabile di una rete di forze culturali, economiche, sociali. Una Università finalmente preoccupata di utilizzare l’apprendimento permanente e la formazione continua per incrementare, migliorare, sviluppare, innovare, certificare le competenze professionali, rendendole “moneta spendibile” per tutto l’arco della vita sul mercato del lavoro e nei processi di flessibilità che lo caratterizzano.

Le sperimentazioni significative condotte nelle nostri Atenei, da un lato, sull’applicazione dell’e-learning nella didattica universitaria,così come descritto brevementepiù soprae,  dall’altro lato,sull’attivazione di percorsi/ corsi di studio per lavoratori e di Centri per l’Apprendimento Permanente, si contano sulle dita di due mani e risultano comunque marginali nelle politiche universitarie, a differenza di altri Paesidove queste attività rappresentano il 40% del bilancio delle Università. Alcune addiritturafinalizzate,in collaborazione con le associazioni professionali e con il mondo delle imprese pubbliche e private, a rilasciare  regolari  titoli accademici di primo e secondo livello work based learning. Basterebbero regole severe e controlli altrettanto rigorosi dell’ANVUR, ad esempio,  per indirizzare su questa via le Università Telematiche, bonificando un  territorio che ha bisogno di urgenti interventi riformatori.

Lo spreco sociale dei fuori corso ci pare allora non semplicemente risolvibile con l’aumento delle tasse, ma all’interno di una politica universitaria che ridefinisca e riqualifichi l’offerta formativa per pubblici diversi, innovando le metodologie e le tecnologie della didattica e dei servizi di supporto (orientamento, tutorato,  stage e tirocini, placement) per rendere possibile la “partecipazione” obbligatoria  di ogni tipo di studente a tutte le attività, ampliando così l’utenza delle lauree triennali, maggiormente collegate al mondo del lavoro, e  introducendo, magari, il numero programmato per le lauree magistrali, riservate a specifiche professioni.Questa innovazione passa  solo attraverso la qualificazione didattica  dei docenti universitari,verificata sia al momento del concorso locale dopo una idoneità nazionale esclusivamente di natura scientifico-disciplinare, sia durante le loro attività di insegnamento con procedure di valutazione, che incidano sul loro sviluppo professionale e sui collegati incentivi economici.

 

 

SUMMER SCHOOL a Carpignano Salentino, in nome del Baratto Culturale

8 agosto 2012

“Baratto, snodi, scambi tra performing art e community care”

Carpignano Salentino,  3 – 7 settembre 2012

Responsabile scientifico:             Salvatore Colazzo (Professore ordinario di Pedagogia Sperimentale Università del Salento).

Coordinatore tecnico: Paolo Petrachi (Associazione Officine Culturali).

L’iniziativa, promossa dal Consiglio Didattico dei Corsi di Area Pedagogica, dal Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento e dalla Rete Italiana di Cultura Popolare, si svolge a Carpignano Salentino, grazie alla collaborazione di:

- Comune di Carpignano Salentino

- Associazione Culturale “Officine Culturali” di Carpignano Salentino

 

Gode del patrocinio della SIAF, un’associazione professionale che unisce i counselor e gli armonizzatori familiari. La frequenza consente ai componenti dell’associazione di acquisire crediti vantabili nell’ambito dei loro programmi di aggiornamento professionale e formazione continua.

PER LEGGERE L’INTERO PROGRAMMA >>>